C’è un momento, in ogni percorso, che mi piace particolarmente. Non è il momento del cambiamento più evidente, quello che si vede subito e che magari si racconta con entusiasmo agli amici. È il momento, più discreto, in cui una persona diventa consapevole di qualcosa che, in fondo, aveva forse già notato — ma che aveva scelto, per una ragione o per l’altra, di non guardare davvero.
Mi piace condividere con chi accompagno quello che noto: l’alzarsi in piedi sempre con la stessa gamba, come se l’altra avesse silenziosamente rinunciato a quel compito anni fa. Il modo particolare di camminare, magari con un piede che si apre leggermente più dell’altro. Dove va lo sguardo, mentre si cammina — sempre verso il basso, o sempre verso un lato preciso, come se ci fosse qualcosa che continua ad attirare l’attenzione senza che la persona se ne renda conto. Come si muovono le mani, quasi senza volerlo, mentre si racconta qualcosa di importante.
Anche su questo si costruisce la relazione tra una persona e il proprio Rolfer.
L’Accoglienza
Non c’è mai giudizio in queste osservazioni, e ci tengo che sia chiaro fin dal primo incontro. C’è accoglienza. C’è la volontà di fare un pezzo di strada insieme, di guardare nella stessa direzione invece che uno di fronte all’altro, come se stessimo osservando insieme una mappa che solo in due si riesce a leggere per intero.
Perché è proprio questo il punto: certe cose, sul proprio corpo, sono quasi impossibili da vedere da soli. Non per mancanza di attenzione, ma perché siamo dentro quel corpo ventiquattro ore al giorno, e proprio per questo perdiamo la distanza necessaria per notare ciò che chiunque altro, guardandoci da fuori, coglierebbe in pochi minuti.
Ed è un percorso che cambia entrambe le parti. Il cliente cambia, certo — impara a notare cose che prima gli sfuggivano, comincia a sentire segnali che prima ignorava. Ma cambio anch’io, seduta dopo seduta, imparando qualcosa di nuovo su come ascoltare, su cosa notare, su come restituire quell’osservazione nel modo più utile, con le parole giuste al momento giusto, senza che risulti mai un’imposizione.
Mi piace, soprattutto, quando le persone prendono consapevolezza del potenziale enorme che ogni essere umano custodisce.
Troppo spesso ci si concentra solo sui propri limiti — quello che non si riesce a fare, quello che si vorrebbe cambiare e non si sa come, quella rigidità che sembra ormai parte definitiva di sé. È comprensibile: i limiti si sentono, pesano, si fanno notare da soli. Il potenziale, invece, va scoperto, e spesso ha bisogno di uno sguardo esterno per essere riconosciuto la prima volta.
Ma dietro ogni postura che non sapevamo di avere si nasconde anche una capacità che non sapevamo di possedere: quella di accorgersene, e di scegliere, da lì, come continuare a muoversi nel mondo. Non è un piccolo dettaglio tecnico da correggere. È la prova che il corpo può ancora imparare, ancora adattarsi, ancora scoprire strade nuove — a qualsiasi età, con qualsiasi storia alle spalle.
Se sei curioso di scoprire quali abitudini il tuo corpo porta con sé senza che tu l’abbia mai notato, fissa una prima lettura posturale (bodyreading)… il punto di inizio per un tuo cambiamento consapevole.




