Non scrivo note sulle sedute. Fortunatamente, riesco a ricollegare i dettagli di ogni persona che accompagno senza bisogno di appuntarli su un foglio — un volto, un modo di raccontare, una tensione specifica restano impressi molto più a lungo di quanto mi aspetterei.
Ma qualcosa, a margine di ogni incontro, resta comunque. Ed è più un riflettere su come ho affrontato quella seduta, che un elenco di cose osservate nel cliente.
Le cose che ho detto, e come le ho dette — se ho scelto le parole giuste, o se in un momento di fretta ho semplificato troppo qualcosa che avrebbe meritato più attenzione. Come ho occupato lo spazio nella stanza, se la mia presenza ha aiutato la persona a rilassarsi o, al contrario, ha involontariamente aggiunto tensione.
Se ho lasciato abbastanza spazio, invece, a chi avevo davanti, silenzi in cui potesse elaborare quello che stava sentendo, senza che io riempissi ogni pausa con una domanda o un commento. Se ho davvero ascoltato i suoi bisogni, o se in qualche momento ho ascoltato più la mia idea di come sarebbe dovuta andare la seduta, la mia aspettativa su quale fosse il passo successivo del percorso. Se sono stata all’altezza delle mie aspettative. E, soprattutto, se lo sono stata di quelle della persona che si è affidata a me in quel momento, che magari aveva bisogno di qualcosa di diverso da quello che avevo preparato.
Un self-assessment
È un self-assessment, in pratica. Un piccolo bilancio silenzioso che faccio con me stessa, seduta dopo seduta, quasi sempre nei minuti immediatamente successivi, mentre l’incontro è ancora fresco e non ancora sovrapposto da quello successivo.
E lo faccio sia nel Rolfing, sia nello Yoga — perché in entrambi i casi il lavoro non riguarda solo una tecnica applicata correttamente, ma una relazione che si costruisce momento per momento, e che va rivista con la stessa cura con cui si rivede una postura.
C’è qualcosa di prezioso in questo esercizio, che va oltre la tecnica appresa negli anni di formazione, oltre i protocolli e le sequenze che pure restano fondamentali. Perché ogni persona che incontro porta con sé un modo diverso di essere ascoltata, di essere accompagnata, di aver bisogno di spazio o di presenza — chi ha bisogno di più parole per sentirsi accolto, chi invece si apre solo nel silenzio. E io, seduta dopo seduta, imparo a leggere queste differenze un po’ meglio di come sapevo fare la volta precedente, aggiustando non il metodo in sé, ma il modo in cui lo offro a chi ho davanti.
Non credo esista un punto di arrivo in questo, un momento in cui si può dire: ora so ascoltare abbastanza bene, ho imparato tutto quello che c’era da imparare. C’è solo la disponibilità a tornare, ogni volta, a farsi questa domanda — anche dopo anni di lavoro, anche dopo centinaia di sedute che sembrerebbero aver già insegnato tutto il necessario.
A volte queste riflessioni portano a piccoli aggiustamenti immediati, nella seduta successiva con la stessa persona. Altre volte restano semplicemente lì, un pensiero che accompagna la settimana, finché non trova un senso più chiaro col tempo.
È forse la parte più silenziosa del mio lavoro, quella che nessun cliente vede mai direttamente. Ma è anche quella che, nel tempo, lo rende più autentico — e che, credo, fa la differenza tra applicare un metodo e accompagnare davvero una persona.




