Si torna dalle vacanze convinti di aver lasciato tutto alle spalle. Il lavoro, le scadenze, il rumore di fondo della routine che per qualche settimana si è finalmente abbassato.
E in un certo senso è vero.
Ma il corpo, quel bagaglio non lo scarica mai del tutto in un attimo, nemmeno quando la mente ha già voltato pagina. Nel mio studio non capita quasi mai che qualcuno arrivi con una tensione dovuta al viaggio in sé — il volo, le ore in auto, la valigia trascinata su una banchina. Sono episodi che il corpo assorbe con facilità, quasi senza lasciare traccia. Capita, invece, qualcosa di diverso, e molto più frequente di quanto si pensi.
Arriva chi ha voluto strafare.
Chi in vacanza ha rincorso ogni attività fisica possibile — una camminata in più, uno sport mai provato prima, giornate intere passate a muoversi senza sosta — con l’entusiasmo di chi finalmente ha il tempo per farlo. Ha voluto provare tutto, senza fermarsi ad ascoltare i segnali che il corpo mandava lungo il percorso. Qualcuno porta la tensione sul davanti, all’altezza del diaframma e dell’addome, quasi una morsa che si è stretta pian piano senza che ce ne accorgessimo. Qualcuno la porta sulla schiena, in quella zona che regge il peso di ogni sforzo non calibrato.
Il corpo ha bisogno del suo tempo per decomprimersi.
Non è una frase fatta, e non è nemmeno un modo elegante per dire “riposati di più”. È una richiesta precisa, fisiologica, che spesso ignoriamo proprio nel momento in cui pensiamo di stare facendo la cosa giusta — muoversi di più, stare all’aria aperta, recuperare energia dopo mesi sedentari davanti a una scrivania. Il voler strafare, paradossalmente, ci allontana dalla consapevolezza del nostro corpo invece di avvicinarci. Diventa un altro impegno da portare a termine, un’altra lista di cose da fare, questa volta travestita da benessere.
Ho visto questo schema ripetersi in tanti modi diversi. C’è chi, dopo mesi di scrivania, si getta in tre escursioni di fila senza dare ai muscoli il tempo di riabituarsi al carico. C’è chi nuota per ore, convinto che più tempo in acqua significhi più beneficio, ignorando che anche l’acqua chiede una postura consapevole per non gravare sulle spalle. E c’è chi, semplicemente, smette di ascoltare qualsiasi segnale non appena la vacanza inizia, come se il permesso di riposare implicasse anche il permesso di spegnere l’attenzione verso se stessi.
Esercizi dolci di ascolto
Fare degli esercizi dolci di ascolto, in questi casi, aiuta molto più di quanto sembri. Non servono grandi gesti, né tantomeno un ulteriore programma da seguire con disciplina. Serve tornare a sentire, con calma, cosa quella tensione sta chiedendo — se ha bisogno di essere sciolta con delicatezza, o semplicemente di essere riconosciuta prima di lasciarla andare.
Ascoltare il corpo, proprio nei giorni del rientro, è forse la cosa più importante che si possa fare. Non per correggere in fretta qualcosa che è andato storto durante l’estate. Ma per dare a quel bagaglio invisibile — fatto di sforzo, di entusiasmo, di voglia di vivere ogni momento fino in fondo — lo spazio e il tempo per essere davvero, finalmente, posato a terra.
È un po’ come disfare una valigia con calma, invece di rovesciarla tutta insieme sul letto: ogni cosa trova il proprio posto solo se le diamo il tempo di essere guardata.
Se senti che il tuo corpo ha ancora qualcosa da raccontarti su queste vacanze, scrivimi o contattami: possiamo ascoltarlo insieme.




