Resistere o Esistere?
Oggi stavo pensando a quanto è sottile il confine tra il resistere e l’esistere.
Per anni ho vissuto tra due mondi, sospesa tra la logica dell’impresa e il richiamo del corpo. In quel passato fatto di ritmi serrati e obiettivi da raggiungere, consideravo il mio corpo solo come un mezzo di trasporto per la mente, uno strumento che doveva performare senza fare domande. Ma il corpo non è un esecutore: è una bussola.
La mia formazione mi ha insegnato che quando smettiamo di imporre una forma a noi stessi, iniziamo finalmente a scoprirla. Ho vissuto sulla mia pelle il passaggio dal “fare” all’ascolto profondo.
In questo viaggio, lo Yoga è diventato la mia casa: quel luogo sicuro dove ogni respiro è un ritorno, dove le asana non sono traguardi fisici ma spazi di accoglienza per ciò che siamo. È stato però l’incontro con il lavoro sulla struttura a darmi la chiave per integrare tutto: ho capito che se la casa non ha fondamenta solide e flessibili, non possiamo abitarla davvero.
Oggi guardo al corpo come guida.
Ho imparato che la vera libertà non nasce dal forzare i propri limiti, ma dal riconoscerli per lasciarli respirare. È una sensazione che vibra quando senti i piedi che smettono di premere con ansia sul suolo e iniziano a sprofondarvi con fiducia, trovando un sostegno solido, quasi magnetico.
In risposta a questo radicamento, la mia colonna si apre verso l’alto spinta da una forza impalpabile: non è più uno sforzo muscolare, ma una statura che nasce dalla consapevolezza di essere presenti.
Muoversi nel mondo da questo nuovo centro non è più una reazione agli eventi, ma un’apertura consapevole. Ritrovare se stessi per me significa smettere di essere un progetto da ottimizzare, ma iniziare a essere una presenza che fluisce.
Sono sempre più convinta che “La stabilità non è un’armatura che ci protegge dal mondo, ma la radice che ci permette di danzare con esso.“




